Leonardo Da Vinci (possibly based on a drawing by), Double Helix Central Staircase of the Château de Chambord, 1516—1536, France, Château de Chambord
DIDASCALIE image composée
A : Pianta del donjon del castello di Chambord (1516—1536), da: Monique Chatenet, Chambord, Paris 2001, 84, fig. 62.
B: Jacques Androuet Du Cerceau (Paris 1520 ca. — Annecy 1586 ca.), La viz ou monté de Chambour, Musée du Louvre, Fonds des dessins et miniatures, RF 54235, 9, folio 8, H. 18,5 cm ; L. 25,5 cm [(© GrandPalaisRmn (Musée du Louvre) / Thierry Le Mage]{.mark}).
C : Léonard de Vinci (Vinci 1452 — Amboise 1519), Bibliothèque de l’Institut de France, Manuscrits de Léonard de Vinci, Ms 2173, f. 47recto, H. 24,4 cm x 17 cm, dettaglio (https://bibnum.institutdefrance.fr/ark:/61562/bi24197).
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Il castello di Chambord, commissionato dal re Francesco I e iniziato a costruire nel 15191Per la storia dell’edificio si veda Monique Chatenet, Chambord, Paris 2001. ↩, è famoso soprattutto per la spettacolare scala a doppia elica situata al centro dell’edificio, caratterizzato in pianta da una croce greca iscritta in un quadrato. Un modello ligneo eseguito da Domenico da Cortona verso il 1517, illustra una prima idea in cui la scala aveva forma e collocazione diversa, ma nessun documento permette di attribuire la paternità del progetto architettonico. La concomitanza del soggiorno di Leonardo da Vinci ad Amboise (1516—1519) con il periodo in cui l’edificio veniva concepito ha portato alcuni studiosi a ipotizzare un suo coinvolgimento accanto al re2Jean Guillaume, « La genèse de Chambord. Réflexions sur un siècle d’historiographie », dans: Revue de l’art 149 (2005), 33-43. ↩, documentato dilettante di architettura. Leonardo conosceva personalmente gli edifici italiani che sono stati riconosciuti come modelli per Chambord (la basilica di San Pietro e la scala del Belvedere a Roma, la villa di Poggio a Caiano in Toscana), aveva studiato edifici a pianta centrale e, soprattutto, in uno dei suoi codici aveva schizzato diversi tipi di scala a due o più eliche3Bibliothèque de l’Institut de France, Manuscrits de Léonard de Vinci, Ms 2173, noto come MS B. ↩, prefigurando la soluzione adottata nel castello francese. Il disegno del manoscritto B, al foglio 47 recto, mostra la pianta di un edificio con il corpo scala posto al centro, all’incrocio dei bracci di una croce greca, come a Chambord. Nello schizzo di Leonardo, redatto intorno al 1487—1489, si tratta di quattro scale che si sviluppano intorno a una quinta chiocciola, più piccola e a base quadrata, ma egli scrive che la scala può essere anche a base circolare, avvicinandosi a quanto realizzato a Chambord. L’ipotesi che, trent’anni dopo, durante l’elaborazione del progetto del castello Leonardo abbia proposto questa idea a Francesco I è stata avvalorata da recenti scavi archeologici: l’edificio doveva essere costruito con un diverso orientamento degli ambienti, che, disposti a svastica, avrebbero assecondato il dinamismo impresso dalla scala a più eliche4Chatenet (2001), 96-111; 225-227. ↩. Tuttavia nella Francia medievale esistevano già molti casi di scale a doppia elica5Tutte di piccole dimensioni, tranne quella del Convento dei Bernardins, a Parigi. ↩ che potrebbero aver fornito il modello per la scala di Chambord, e, in assenza di documenti, l’attribuzione a Leonardo resta un’ipotesi non confermata scientificamente.
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Il castello di Chambord, commissionato dal re Francesco I, è famoso soprattutto per la spettacolare scala a chiocciola situata al centro dell’edificio, il cui doppio andamento ascensionale è sempre visibile dalle sale che la circondano su tutti i piani. Il progetto della scala è strettamente connesso a quello del nucleo centrale del castello, il donjon, redatto tra la fine del 1516 e l’estate del 15196Per la storia dell’edificio cf. Monique Chatenet, Chambord, Paris 2001. ↩. Non si conoscono né il nome dell’architetto, né la data esatta in cui cominciarono i lavori, in forma leggermente diversa da quella attuale, ma essi furono interrotti nel 1524, poco dopo la partenza di Francesco I per l’Italia e la morte della regina (26 luglio), per riprendere dopo il rientro del sovrano dalla cattività spagnola (1526).
La spettacolarità della pianta cruciforme del donjon, la cui centralità è esaltata dalla presenza della scala a doppia elica, contrapposta alla scarsità di documenti sulla costruzione dell’edificio, ha lasciato spazio a diverse ipotesi circa la paternità del progetto7Per la sintesi delle diverse posizioni storiografiche cf. Jean Guillaume, « La genèse de Chambord. Réflexions sur un siècle d’historiographie », dans : Revue de l’art 149 (2005), 33-43. ↩. In particolare, la presenza di Leonardo da Vinci in Francia dalla fine del 1516 al maggio 1519 ha portato alcuni studiosi a vedere in lui l’architetto di Chambord8Marcel and Charles-Marcel Reymond, « Léonard de Vinci architecte du château de Chambord », dans : Gazette des Beaux-Arts (1913), 337-360; Jean Guillaume, « Léonard de Vinci, Dominique de Cortone et l’escalier du modèle en bois de Chambord », dans : Gazette des Beaux-Arts (1968), 93-108; ripresi con cautela da Jean Martin-Demézil, «Chambord», Congrès archéologique de France (1981), Blésois et Vendômois (1986), 1-115 e Chatenet (2001). Sulla scala si vedano specificatamente Romano Nanni, « “Il modo di disegnare queste scale è cosa trita” : note sur l’histoire de l’escalier en “double colimaçon” », dans Carlo Pedretti (dir.), Leonard de Vinci & la France, Foligno 2009, 133-142; Marco Di Salvo, «Leonardo and the “grand escalier”: The (im)probable “lumaca dopia”: Observations on the double helical staircase of Chambord», dans: Humanistica XVI (2021), 211-238. ↩. Nessun documento attualmente a conoscenza della comunità scientifica può suffragare o confutare questa ipotesi, tuttavia, procedendo a un’analisi dettagliata degli elementi, ci si può accostare al monumento con una maggiore consapevolezza per ciò che concerne il suo debito rispetto alle tradizioni francesi e italiane, e, contemporaneamente, apprezzare la sua portata innovativa.
Una spettacolare architettura dinamica
La scala di Chambord si comprende e si apprezza innanzitutto percorrendola: è muovendosi intorno al vuoto centrale, osservando chi sta facendo un percorso identico ma distinto dalla parte opposta, perdendo l’orientamento tra un piano e l’altro — quasi si trattasse di un labirinto tridimensionale — e ammirando nel frattempo l’impianto cruciforme delle grandi sale sempre visibili grazie alla smaterializzazione della gabbia portante, che si vive quella sorta di prodigio che fa di Chambord un unicum. Nessuna fotografia o disegno può rendere pienamente quest’esperienza, e anche con un filmato si faticherebbe a trasmettere le diverse prospettive che si aprono agli occhi del visitatore in un insieme fortemente dinamico. Non è un caso che già nel Cinquecento la scala venga considerata quasi un elemento a sé stante, come mostra un disegno di Jacques Androuet du Cerceau conservato al Louvre, che omette il resto del castello per esaltare la spettacolarità della scala9Jacques Androuet Du Cerceau, La viz ou monté de Chambour, Musée du Louvre, Fonds des dessins et miniatures, RF 54235, 9, folio 8**.** ↩.
Questo effetto prodigioso è stato ottenuto combinando insieme soluzioni per la maggior parte già presenti nell’architettura francese e italiana, ma non con questa stessa forza.
La scala a pianta circolare, di circa 10 metri di diametro, si sviluppa intorno a un pozzo centrale in muratura aperto da ampie bucature sghembe, che esaltano il dinamismo ascensionale e permettono di seguire i movimenti da una rampa all’altra. La struttura centrale riecheggia quella dei grandi torrioni del castello di Amboise, che collegano l’altopiano con la cittadina sottostante e, soprattutto, della grande vis del Louvre di Carlo V, le cui dimensioni erano analoghe a quelle della scala di Chambord. La gabbia esterna è invece costituita da otto possenti pilastri collegati da balaustre inclinate che seguono l’andamento elicoidale delle rampe. Si completava così il processo di smaterializzazione iniziato nella grande vis addossata all’ala François Ier del castello di Blois, cominciata a costruire al più tardi nel gennaio 1517, cioè mentre il progetto di Chambord iniziava a prendere forma. Rispetto a questi precedenti, tutti di ambito reale, a Chambord si aggiunge il fatto che non si tratta di una semplice scala a chiocciola ma della sua duplicazione in due rampe elicoidali, che si avvolgono contemporaneamente attorno alla struttura cilindrica centrale.
Ma non si può comprendere appieno l’importanza della scala e le ragioni per cui è stato ipotizzato un rapporto con le idee e gli schizzi di Leonardo da Vinci se non si riflette sulla novità costituita dall’intera pianta del castello di Chambord nel panorama dell’architettura francese del primo Cinquecento. Nei decenni immediatamente precedenti, Carlo VIII e Luigi XII erano intervenuti con operazioni di trasformazione nei castelli reali di Plessis-les-Tours, Amboise e Blois, facendo costruire nuove ali per ampliare e modernizzare gli edifici preesistenti. Con Chambord, invece, Francesco I inaugura un approccio diverso, concependo un edificio ex-novo, a pianta centrale, regolato da proporzioni matematiche, grazie all’adozione di un modulo: tutti elementi che lasciano supporre la presenza di un architetto o, quanto meno, di un consigliere abituato a questo tipo di approccio progettuale, tipicamente rinascimentale e in voga in Italia già nel Quattrocento.
Senza dubbio, Leonardo incarna questo tipo di personaggio, benché nella sua lunga e poliedrica carriera artistica non abbia mai ricoperto pienamente il ruolo di architetto, né abbia fornito progetti esecutivi per la realizzazione di edifici10Sabine Frommel, Jean Guillaume, Leonardo da Vinci and Architecture, Leiden-Boston 2025 (= Leonardo Studies, 4). ↩.
I pochi documenti superstiti sollevano ulteriori problemi e ipotesi. Innanzi tutto, un ruolo centrale nella definizione del progetto è stato certamente ricoperto dallo stesso Francesco I, noto dilettante di architettura, che, secondo le testimonianze diplomatiche coeve, spesso schizzava idee per padiglioni da caccia a pianta centrale11Monique Chatenet, «Francesco I architetto: i documenti», in Arturo Calzona, Francesco Paolo Fiore, Alberto Tenenti (dir.), Il principe architetto, Florence 2002, 533-544. ↩. Inoltre, accanto ai nomi dei capomastri Jacques Sourdeau e Pierre Nepveu, alternatisi alla direzione del cantiere, un pagamento del 1532 chiama in causa anche un altro italiano, Domenico da Cortona, a causa di un modello ligneo dell’edificio, che egli realizzò a più presto nel 151712Parigi, Archives Nationales, J 960, 3, 39; Flaminia Bardati, Domenico da Cortona. Un legnaiolo toscano al servizio della Corona di Francia, 1495 — 1545, Roma 2023, 362. ↩, identificabile con quello rilevato e disegnato nel manoscritto di André Félibien intitolato Mémoires pour servir à l’histoire des maisons royalles et bastiments de France (1680)13Del manoscritto esistono due esemplari, uno senza illustrazioni (Bibliothèque nationale de France, Français 3860), e uno illustrato, conservato nel castello di Cheverny, i cui disegni sono stati pubblicati in Frédéric et Pierre Lesueur, Vues des châteaux du Blésois au XVIe siècle, Paris 1911. ↩.
Le maquette in legno, antesignane degli odierni rendering 3d, mostravano lo sviluppo tridimensionale degli edifici, permettendo al committente e all’architetto di valutarne pregi e difetti e di discutere di eventuali modifiche, ma consentivano anche ai maestri di muro sia di valutare i possibili problemi strutturali, sia di stimare i quantitativi dei materiali necessari alla costruzione. Si trattava di uno strumento progettuale tipico della tradizione rinascimentale italiana: Domenico da Cortona era stato invitato in Francia da Carlo VIII nel 1495 per fare modelli lignei14Bardati (2023). ↩ ma anche Leonardo li utilizzava.
Il modello ligneo di Chambord trasmessoci da Félibien mostra un progetto preliminare, già caratterizzato dalla pianta a croce greca iscritta nel quadrato e proporzionata da un modulo, con i possenti torrioni circolari agli angoli, ma presenta una diversa soluzione della scala e dell’incrocio dei bracci della croce. Qui si trova una campata quadrata — corrispondente al modulo che regola le proporzioni di tutto l’impianto — i cui angoli sono sottolineati dalla presenza di quattro pilastri addossati. La scala, costituita già da due rampe ma rettilinee e parallele tra loro, occupa uno dei bracci della croce, imprimendo direzionalità a tutto l’impianto e affievolendone la centralità.
Sul progetto incarnato da questo modello il re, Domenico da Cortona, Sourdeau e, probabilmente Leonardo, devono aver discusso, decidendo di eliminare le logge perimetrali dai torrioni, di ispessire i muri, definendo in modo più appropriato la dimensione degli ambienti e la circolazione per raggiungere gli appartamenti situati nelle torri. La modifica più eclatante naturalmente consiste nella decisione di modificare il tipo di scala e la sua collocazione. Così, le due rampe parallele si trasformano in due rampe elicoidali che si avvitano attorno al vuoto centrale, dando luogo a due percorsi uguali ma distinti e del tutto autonomi l’uno dall’altro, poiché, come riportano già le fonti cinquecentesche, una volta imboccata una rampa non si può mai passare nell’altra15«Ma quelle doppie, se bene hoggi non habbiamo esempio nessuno de gl’antichi, sono non dimeno molto comode, da poter fare nel medesimo sito due, tre, ò quattro scale una sopra l’altra, che vadino a diversi appartamenti d’un palazo, senza che un vegga l’altro (…) e di simili ne sono molte in Francia, tra le quali è celebre quella che Re Francesco fece in suo palazzo a Sciamburg» (Jacopo Barozzi da Vignola, Le due regole della prospettiva pratica (…) con i comentarij del R.P.M. Egnatio Danti, Roma, 1583, p. 143). Vignola ha soggiornato in Francia tra il 1541 e il 1543, al servizio di Francesco I, e potrebbe aver visto personalmente la scala di Chambord. Al 1541 è datata anche la prima descrizione del castello, del portoghese Francisco de Moraes, che parlando della scala sottolinea che «he este caracol feito de maneyra ao redor deste vão, que sobem e decem per duas partes e podem hũs subir e outros decer sem nunqua se encontrare com se verem sempre pellas janellas do vão do meyo» (Jean Guillaume, Raphael Moreira, « La première description du plan de Chambord », dans: Revue de l’art 79 (1988) 83-85). ↩.
Recenti studi archeologici hanno inoltre mostrato l’esistenza di uno stadio precedente a quello odierno per quanto riguarda i quattro appartamenti alloggiati all’interno del donjon e delimitati dai bracci della croce. Gli ambienti principali di ciascun appartamento, di forma rettangolare, dovevano essere disposti con orientamento diverso da quello attuale, formando una sorta di svastica, dando luogo a un impianto a elica, che, connesso con l’andamento elicoidale della scala, avrebbe impresso un effetto ancor più dinamico all’insieme16Chatenet (2001), 96-111. ↩.
Infine, l’analisi dettagliata della pianta del modello ligneo ha mostrato che inizialmente l’edificio avrebbe dovuto avere dimensioni leggermente ridotte rispetto a quelle attuali17Flaminia Bardati, « Leonardo, Domenico da Cortona e il modello ligneo per il castello di Chambord. Nuove ipotesi sulla genesi del progetto », dans: Annali di Architettura 32 (2021), 89-104. ↩. Per questo, nell’equilibrio dell’intera composizione, lo spostamento della scala e la sua nuova conformazione a pianta circolare hanno determinato anche la necessità di modificare il disegno dell’incrocio dei bracci, eliminando i quattro pilastri addossati visibili nel modello ligneo e smussando gli angoli con un taglio a 45°, che migliorava la circolazione intorno al volume della scala e permetteva di passare facilmente da un braccio all’altro della croce. Non era una soluzione inedita: essa figurava non solo nei primi disegni per i pilastri a sostegno della cupola del nuovo San Pietro a Roma — una fabbrica monumentale la cui fama superava i confini dello stato della Chiesa — ma anche in alcuni disegni di edifici residenziali a pianta centrale eseguiti dal senese Francesco di Giorgio Martini, noti a Domenico da Cortona e forse a Leonardo18Domenico aveva lavorato sui disegni di Francesco a Napoli insieme a Vincenzo Bernabei (Bardati (2023) 87-92). Leonardo conosceva personalmente Francesco di Giorgio e possedeva un esemplare del suo codice manoscritto (Firenze, Biblioteca Laureanziana, Ashburnham 361; Romain Descendre, « La biblioteca di Leonardo », dans: S. Luzzatto, G. Pedullà (dir.), Atlante della letteratura italiana, Torino 2010, I, 592-595) in cui tuttavia ancora non figura questo tipo di soluzione. ↩. Si trattava inoltre di una soluzione presente anche in alcuni edifici antichi, tra cui spicca il cosiddetto studio di Marco Varrone a San Germano (Cassino), sulla via tra Roma e Napoli, caratterizzato da una pianta a croce greca. Proprio la pianta di questo edificio, molto conosciuto, studiato e disegnato a cavallo tra la fine del 15° e l’inizio del 16° secolo, ha influenzato la pianta di edifici rinascimentali italiani, come le ville, destinati allo svago e all’otium. Si tratta di un dettaglio interessante, poiché nelle prime intenzioni di Francesco I, Chambord doveva costituire un castello privato, dove ritirarsi con pochi intimi per battute di caccia e banchetti, lontano dagli obblighi politici, diplomatici e cerimoniali della vita di corte, espletati, nella Valle della Loira, ad Amboise e Blois19Chatenet (2001), 28. ↩.
Riferimenti francesi e italiani: l’innovativa sintesi di Chambord
Chambord e la sua scala incarnano un unicum ma, come già accennato, molti degli elementi che lo costituiscono erano già presenti in architetture precedenti e contemporanee, francesi e italiane: ciò rende ancor più difficile valutare il ruolo eventuale di Leonardo da Vinci o di altri.
L’impianto del donjon reinterpreta in dimensioni monumentali quello del castello reale di Vincennes, costruito da Carlo V che per Francesco I costituisce un modello sia come regnante che come “principe-architetto”. Ma anche la scala a doppia elica è una tipologia in uso in Francia e in Europa già dal Medioevo, sebbene in forme meno monumentali di quella realizzata a Chambord. Proprio la compresenza di due eliche che consentivano l’organizzazione del percorso in due distinti sensi di marcia, ne facevano una soluzione adatta per facilitare la circolazione nel caso di spazi di piccole dimensioni, evitando il pericoloso incontro di due persone, una in salita e l’altra in discesa, su gradini di piccole dimensioni e di forma triangolare20Non a caso sono presenti in alcuni esempi di minareti o di torri campanarie, in cui lo spazio è molto ridotto. ↩. Oltre a numerosi casi di architettura ecclesiastica21Se ne trovano, ad esempio, nella collegiale Saint-Pierre a La Romier (Gers, 1318) e nelle torri delle cattedrali di Praga (1344-1352), Strasburgo (1399-1419) e Rodez (ca. 1500); si veda Yves Gallet, « L’escalier d’Ulrich von Ensingen a la cathedrale de Strasbourg et ses rapports avec l’œuvre de Matthieu d’Arras a la cathédrale de Prague », dans: Jan Chlíbec, Zoë Opacic (dir.), Setkávání: studie o stredovekém umení venované Kláre Benešovské, Pragues 2015, 97-109. ↩, a Parigi due esempi interessanti si trovavano nel Petit Châtelet e nel Convento di San Bernando, di fondazione papale, dove le due rampe assicuravano la comunicazione tra il convento e la chiesa22Si veda il rilievo architettonico eseguito da Théodore Vaquet nel 1886 (Parigi, Musée Carnavalet — Histoire de Paris, cabinet des arts graphiques, D 11632 — DD 11635). ↩. Queste scale, come anche il donjon di Vincennes erano certamente conosciute da Francesco I e dai suoi maîtres-maçons, ma probabilmente anche da Domenico da Cortona, che dal 1513 deteneva la carica di Général maîtres des oeuvres de maçonnerie du Royaume23Bardati (2023), 146-148; 175-188. ↩. Nei suoi anni di formazione egli aveva anche avuto modo di familiarizzare con altre scale dal disegno complesso: a Napoli, a Castelnuovo, vi erano una vis de Saint-Gilles e un caracol de Maillorca e forse aveva lavorato a un modello per la fortezza di Ortona, in cui sussistono tracce di una chiocciola a doppia elica.
Per quanto riguarda i riferimenti al Rinascimento italiano, la pianta del donjon è stata messa in relazione con quella di San Pietro, con la villa medicea di Poggio a Caiano, con cui il castello francese condivide anche dimensionalmente alcune disposizioni24Bardati (2023), fig. 43. ↩, o con gli studi di Francesco di Giorgio25Codice Ashburnham 361 (f. 16v e 18v), e Firenze, Biblioteca nazionale centrale, Fondo nazionale, II.I. 141, ff. 17r, 19v, 20 r-v; 21v, 24v. ↩, mentre la scala è stata confrontata con quella progettata da Bramante accanto alla villa del Belvedere di Innocenzo VIII, situata a pochi metri dall’appartamento che Giuliano de’ Medici aveva messo a disposizione di Leonardo durante il suo soggiorno romano (1513-1516).
Il nome di Leonardo, che senza dubbio conosceva bene Poggio a Caiano le cui scale esterne riprende puntualmente nel cartone per l’Adorazione dei Magi26Sara Taglialagamba, Leonardo & le scale: un’ipotesi per Poggio a Caiano, Poggio a Caiano 2011. ↩, si può associare alla pianta prevista nel 1519, con la disposizione a svastica degli appartamenti e la scala a doppia elica situata al centro dell’edificio. Sono infatti soluzioni che potrebbero derivare dai suoi studi nel cosiddetto Manoscritto B27Bibliothèque de l’Institut de France, Manuscrits de Léonard de Vinci, Ms 2173, noto come Manoscritto B. ↩, databili intorno al 1487-1489, inerenti scale a due rampe (f. 68v28Uno schema simile è proposto da Leonardo anche nel Codice Atlantico, f. 763r e nel disegno conservato a Windsor, Royal Collection Trust, RCIN 919038 v. ↩) o due eliche (f. 69r), quattro eliche con chiocciola centrale (f. 47r), otto (f. 48r) e dieci eliche (f. 47v), pensate per un contesto militare, in cui la moltiplicazione dei percorsi serve a separare il castellano dai soldati, ovvero a poter isolare settori di torri fortificate in caso di assedio. In particolare, la scala a quattro eliche del foglio 47r si trova al centro di una pianta quadrata con croce greca iscritta; nelle note che accompagnano lo schizzo, inoltre, Leonardo specifica che la scala può essere anche a pianta circolare. Si sarebbe trattato di quattro eliche che a ogni piano avrebbero servito ciascuna uno degli appartamenti, che, orientati come i bracci di una svastica, avrebbero seguito l’andamento dinamico delle quattro eliche. La traccia di questo ipotetico progetto emerge dalla descrizione di Andrea Palladio che non ha visitato personalmente il castello ma, parlando della scala di Chambord, afferma che vi «sono quattro Scale, lequali hanno quattro entrate, cioè ciascuna la sua, & ascendono una sopra l’altra, di modo che facendosi nel mezzo della fabrica possano servire a quattro appartamenti, senza che quelli che in uno habitano vadano per la scala dell’altro»29Andrea Palladio, I quattro libri dell’Architettura, Venezia 1570, 64-65. ↩.
È possibile che questa affermazione, errata, derivi dalla conoscenza di un disegno o di una descrizione databile al 1519 in cui si menzionino quattro eliche, poi ridotte a due per non eccedere nel diametro della scala impedendo la circolazione tra le sale dei quattro bracci del castello. Ma si tratta di ipotesi non confermate da documenti.
Conclusioni
Benché non si tratti di studi pensati per Chambord, è possibile che, nella riflessione generale sulla pianta centrale enfatizzata dal posizionamento della scala, che coinvolgeva almeno il sovrano, Domenico da Cortona e Jacques Sourdeau, Leonardo possa aver contribuito in modo decisivo, recuperando quelle idee sviluppate trent’anni prima in forma del tutto teorica, e trovando in Francia un terreno favorevole per la loro realizzazione, a fronte di diversi esempi medievali di scale a doppia elica e di più recenti realizzazioni notevoli dal punto di vista compositivo e strutturale, come la grande vis dell’ala François Ier di Blois o la vis percée della torre nord della cattedrale di Tours.
In assenza di documenti, dunque, l’unica certezza è che al progetto di Chambord e della sua scala concorrono idee di matrice francese e italiana, sapientemente combinate insieme grazie a un fecondo dialogo tra i re e gli artisti di cui si era contornato, tra cui, probabilmente, Leonardo.
Selected Bibliography:
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Flaminia Bardati, «Leonardo, Domenico da Cortona e il modello ligneo per il castello di Chambord. Nuove ipotesi sulla genesi del progetto», dans: Annali di Architettura 32 (2021), 89-104.
Monique Chatenet, Chambord, Paris 2001.
Marco Di Salvo, «Leonardo and the “grand escalier”: The (im)probable “lumaca dopia”: Observations on the double helical staircase of Chambord», dans: Humanistica XVI (2021), 211-238.
Marco Di Salvo, «“La stravaganza delle scale”: lomache, lumache, lomage nel corpus architettonico di Francesco di Giorgio, Leonardo e Bramante», dans: Francesco Paolo Di Teodoro, Emanuela Ferretti, Sabine Frommel, Hermann Schlimme (dir.), Leonardo da Vinci: l’architettura. Léonard de Vinci: l’architecture, Roma 2023, 271-285.
Sabine Frommel, Jean Guillaume, Leonardo da Vinci and Architecture, Leiden-Boston 2025 (= Leonardo Studies, 4).
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Jean Martin-Demézil, « Chambord », dans: Congrès archéologique de France, 1981, Blésois et Vendô mois (1986), 1-115.
Romano Nanni, “Il modo di disegnare queste scale è cosa trita”: note sur l’histoire de l’escalier en “double colimaçon”», dans Carlo Pedretti (dir.), Leonard de Vinci & la France, Foligno 2009, 133-142.
Marcel and Charles-Marcel Reymond, «Léonard de Vinci architecte du château de Chambord», dans: Gazette des Beaux-Arts (1913), 337-360.
